Ce meni statti

Cesare De Santis  è stato uno degli ultimi autentici interpreti della cultura grika salentina.
Egli era consapevole che il griko sta avviandosi a diventare una lingua buona solo ad essere studiata, “è una lingua morente, si può dire già morta”.
«Sino a 60 anni fa nel nostro paese - scrive Cesare De Santis - si parlava la lingua greca che era intera e non bastarda come sempre definita; perché, lavorando coi greci in Germania ebbi occasione di constatare che chi non sapeva leggere e scrivere, capiva, o parlava il greco non meglio dei nostri padri analfabeti. (…) Ma il nostro il grìco è più ricco di vocaboli che risalgono a Omèro. 
Il nostro grìco è consimile a quello di Corfù, ma anche a quello di Rodi, di Cipro e di Creta. In quanto a questo era d’accordo con me un capitano di marina mercantile, anch’esso emigrato, che appunto era cretese. e ciò anche affermato dal grande glottologolo tedesco Gerhard Rohlfs, che ebbi il grande onore di ricevere nella mia umile casa, tante volte…»
De Santis sapeva perfettamente che la scomparsa della lingua significava la scomparsa di un orizzonte di senso che essa consente di articolare, immaginare e far dinamicamente divenire, la certificazione dell’avvenuta definitiva assimilazione, il compimento d’un processo di latinizzazione cominciato già a partire dal Concilio di Trento.

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ISBN 88-8406-017-6      

Euro 11,50      

PREFAZIONE

Può dirsi che l’idea di questo libro sia nata nell’agosto di quattro anni fa, durante la serata che Amaltea volle dedicare, nell’ambito del ciclo di manifestazioni “… io lo sò perchè tanto di stelle”, a Cesarino De Santis, detto “Batti”. In quell’occasione prevedemmo la lettura di alcune sue poesie inedite e l’esecuzione di quattro canzoni, grazie alla collaborazione di Rocco e Gianni De Santis, gelosi custodi della memoria del padre, delle molte carte ch’egli lasciò, straordinari animatori dell’Associazione “Avleddha”, il cui gruppo musicale esegue un interessantissimo repertorio di canti grecanici, sia tradizionali che di nuova ed originale concezione. Fu una serata memorabile, che consentì una accorata comune riflessione sul passato e sul presente della lingua grika e una promessa di comune impegno per la sua valorizzazione. La pubblicazione di Ce meni statti, unitamente alla riedizione di Col tempo e con la paglia, costituisce il concretarsi di quella concorde volontà di contribuire al consolidamento dell’identità culturale della Grecìa: lo facciamo sottoponendo all’attenzione dei lettori l’impegno di scrittura di Cesarino De Santis, di cui ci ripromettiamo di dare alle stampe, in un prossimo futuro, l’intero catalogo delle opere.

La collaborazione con Rocco e Gianni De Santis si è rivelata eccezionalmente proficua perchè siamo riusciti a ritrovarci su un criterio che ci ha consentito di mettere la nostra azione al servizio di una prospettiva di sviluppo della lingua (e quindi della cultura) grika: la loro attività di prosecutori della lezione del padre riesce a sottrarsi alla condizione di stallo di chi pensa alla lingua degli avi come oggetto da museificare, idea questa che non promette alcuna crescita effettiva. Essi sanno reinventare continuamente il senso della loro identità culturale e dare alla loro appartenenza al griko una decisa caratterizzazione proattiva.

Ce meni statti va quindi inteso come una sorta di dialogo con il passato, che in questo caso si dà attraverso le carte lasciate loro in eredità dal padre: è frutto di una intelligente selezione compiuta tra esse e risultato di una felice intuizione, quella di inanellare un certo numero di poesie, scritte in un arco di tempo molto ampio, per offrire una antologia che disegni una sorta di “anno liturgico”, a sottolineare quel senso circolare del tempo, che è insieme appartenenza a una comunità e sofferenza per il suo muto, reiterato penare, come Piero Antonaci ha evidenziato studiando gli elementi caratterizzanti della poesia di Cesarino De Santis. L’amore per il griko fu in Cesarino De Santis, avvincente, totale. In ogni grande amore c’è un momento epifanico. La bellezza della lingua che parlava gli si rese evidente in Germania, dove come tanti era andato a cercar fortuna. Il bisogno di riscatto da una condizione di miseria non poteva in lui compensare (ma può mai farlo?) il senso di sofferenza derivante dal vivere una realtà di non appertenenza, la sensazione di essere come avvolta in una nebbia di indifferenza. Comprese che per sfuggire alla tristissima condizione dell’emigrato (che - come ha chiarito Florio Santini, il quale, lucchese, ha eletto il Salento come patria elettiva del suo nomadismo intellettuale e come trampolino per raffinati recuperi memoriali  -, è innanzitutto deprivazione culturale) avrebbe dovuto ancorarsi all’emozione che suscitava in lui la risonanza della “bella lingua” che aveva ricevuto in dono dalla sua gente. Piuttosto che apprendere il tedesco, che pure “mi sarebbe stato - come dice nell’Autobiografia - necessario ed indispensabile”, si rivolge, da autodidatta, ad uno studio attento del griko, intuendo la ricchezza di storia e di tradizione da esso racchiusa. 

Tutti i gesti che da qui in avanti Cesarino De Santis compirà saranno improntati ad una indimenticata preoccupazione, quella di essere con la propria attività, con la propria esistenza, all’altezza della tradizione di cui si è eletto cantore.Un incontro con un gruppo di emigrati greci, provenienti da Corfù, lo convinse delle molte similitudini tra il loro ed il suo dialetto. Questa affinità lo affascinava: di ciò troviamo indiretta testimonianza anche nelle poesie raccolte nell’antologia che proponiamo, dove vi sono numerosi vocaboli che egli desume direttamente dal neo-greco: quando nel repertorio del lessico griko non trova la parola che gli occorrerebbe, De Santis attinge direttamente dal neo-greco, come se griko e neo-greco fossero, nella loro contiguità, elementi di un unico insieme. Quando De Santis scopre e coltiva con metodo l’amore che mai potrà tradire, il Salento è preso nel vortice di un violento movimento che di forza lo inserisce nella modernità: emigrazione, abbandono delle campagne, rinuncia alle tradizioni, avvertite come handicap di cui liberarsi per partecipare alla partita del boom. Il griko che per lui è orgoglio, per altri è vergogna. I parlanti diminuivano di giorno in giorno, la coscienza di una terra diventava, come ebbe a dire Angiolino Cotardo, che meritoriamente si batté perché il griko non si estinguesse (e il cui apporto oggi non è tenuto nella dovuta considerazione), “lieve pellicola tremolante sotto cui si apre la voragine del passato vertiginoso”. 

Ma Cesare De Santis ha deciso di resistere: attraverso il suo poetare e il suo raccontare egli tenta di mantenere viva l’amata lingua nell’unico modo in cui è possibile mantener viva una lingua: facendola espressione dei suoi pensieri e delle sue emozioni, chiamandola  ad interpretare le speranze, le melanconie, la vita di un gruppo sociale e delle sue contraddizioni, condividendola con quei pochi che vogliono ancora identificarsi in essa, i familiari, prima di tutto, e poi gli amici. De Santis usava tradurre le sue composizioni grike in italiano. Questa abitudine è per noi motivo di interesse e di riflessione perché l’italiano di Cesarino De Santis è quello di una persona che percepisce in termini di alterità questa lingua. L’italiano Cesarino De Santis lo conosce non per il fatto che lo pratichi nella quotidiana comunicazione, ma per averlo appreso dai libri, e neanche da molti libri, ma solo da alcuni, quelli che nell’immaginario sono i libri fondamentali di quell’altra cultura: la Divina Commedia, l’Orlando Furioso, i Reali di Francia, Leopardi, magari. Come dire che l’italiano di De Santis è una lingua immaginata, ri-creata, sicché le traduzioni ch’egli offre valgono per l’atteggiamento che assume verso  quell’altra lingua, quell’altra cultura, quell’altro mondo. 

Il suo tradurre è atto eroico e utopistico, gesto poetico esso stesso. La lettura di queste sue poesie con annesse traduzioni potrà consentire di verificare la generosità di un animo che volle attraverso l’attivo culto della lingua indovinare e segnare la propria posizione nel mondo.

Castrignano dei Greci, 28 agosto 2001

Salvatore Colazzo

 

…Ce meni statti

Tis docsa ipàj jurèonta, tis agàpi,

tis pluti ce sosìa jurèonta ipài;

met’avri a’tto sitàri imèni i rapi,

panena azz’olu imà to nnima e’nnà-’i.

En ei frontìli enn echi nde stefàni,

ja mian iternità na resistèzzi;

mara’ cce ma! Ja olu ei to trèpani,

tu tànatu enn echi ena na sfuggèzzi.

Nde òrio echi, nde calò, nde chari,

ndè neo nde palèo ce nde plussiùna;

olu so ìdio’ cchoma e’ nna mas pari,

is vàrius tropu i sòrta-ma e’ ccumùna.

Mara’ cce mà coràfi azze rapi!

Pu is mina’ ssettembrìu me lissa anàttì;

addìu sordu! Addiu chari, agàpi,

ipai o cannò azze mà ce meni i statti! 

….E resta cenere

Chi gloria va cercando chi amore,

chi potenza e ricchezza va cercando;

ma poi dal grano resta la stoppia,

ognun’ di noi alfine avrà una tomba.

Non vi è fronte e non vi è corona,

ch’eternamente possa governare;

poveri noi! Per tutti c’è la falce,

della Morte, né uno può scappare!

Bello non evvi né bontà né grazia,

né nuovo evvi o vecchio o danaroso;

tutti alla stessa terra torneremo,

in vari modi sorte ci è comune.

Poveri noi campo di stoppie!

che in mese di settembre in furia avvampa

addio denaro, addio gioia, amore,

fumo che passa, cenere che resta!