Col tempo e con la paglia

Il ritmo del testo in grìko ha la fissità e la ripetitività del lamento funebre e della nenia, ma soprattutto di una tradizione che affidava la propria storia a una letteratura orale, e la scolpiva negli accenti tonici, nel ritmo del sempre uguale, estraniante, rituale (o terapeutico) del verso. L’epos dell’endecasillabo, e quindi la varietà del racconto, nella poesia del De Santis, sono incastonati nella ripetività dei cicli vitali, nell’uguaglianza del tempo agricolo e del tempo metrico. Il verso grìko del De Santis vuole afferrare la vita e rappresentarla una volta per tutte, come intorno a un vaso di terracotta, fissandola dentro geometrie nere iterative su uno sfondo di terra rossa (salentina).

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ISBN 88-8406-016-8         
  Euro 17,50         

Nere geometrie iterative

Nota introduttiva alla riedizione di Piero Antonaci

La poesia di Cesare De Santis è una poesia che tocca temi e miti della cultura contadina, passando dai toni lirici a quelli narrativi, dagli accenti elegiaci a quelli proverbiali, dall’invettiva all’encomio. Questa varietà di temi e di toni è risucchiata, però, dall’eterno ritorno di quel mondo, dalla ciclicità di quei ritmi vitali (agricoli), che la poesia interpreta mimando, facendoglisi simile, diventando, soprattutto nel testo in lingua, cantilena ingenua, monotonia ritmica, fissità arcaica, dorica, che prende le parole pesanti della fatica e della penuria contadina, e le stacca dal suolo, le getta oltre, nel mondo della ripetizione, nel mondo contadino dei cicli arcaici, come per salvarle. Per salvare la lingua. Il ritmo del testo in griko ha la fissità e la ripetitività del lamento funebre e della nenia, ma soprattutto di una tradizione che affidava la propria storia a una letteratura orale, e la scolpiva negli accenti tonici, nel ritmo sempre uguale, estraniante, rituale (o terapeutico) del verso. L’epos dell’endecasillabo, e quindi la varietà del racconto, nella poesia del De Santis, sono incastonati nella ripetitività dei cicli vitali, nell’uguaglianza del tempo agricolo e del tempo metrico. Il verso griko del De Santis vuole afferrare la vita e rappresentarla una volta per tutte, come intorno a un vaso di terracotta, fissandola dentro geometrie nere iterative su uno sfondo di terra rossa (salentina). Il lessico è vivo, popolare, e le parole non devono fare molta strada per trovare i contenuti. La realtà è così presente, così chiara, così ferma, che la lingua come uno strascico sembra abbondare, avanzare. E’ una realtà che non sfugge, ma si lascia descrivere, affiora dalla terra con una evidenza mitica, rituale, scandisce il tempo con le sue tappe preordinate, fisse: il tempo agricolo diventa metafora di una visione del mondo. La lingua poetica del De Santis è il suo ornamento, si inserisce nel ciclo come suo elemento vitale. Essa si situa dentro quel mondo, come suo necessario compimento, è il punto che completa la cerchiatura, dandogli l’ultima piega, portando gli estremi a combaciare: (l’arrivo e la partenza, il lavoro e la fame, la vita e la morte). Ma al tempo stesso De Santis sa di essere al termine di quella civiltà, sa di essere il cantore del suo tramonto; la sua poesia, che vuole essere popolare, corale, che vorrebbe rimanere dentro i cortili, non riesce a trattenere spunti lirici, personali, considerazioni amare e nostalgiche, che sfuggono al cerchio come rette tangenti, passando per i numerosi cedimenti di quella civiltà ed errando, perdendosi, fuori da quel mondo. Ma è proprio questo che fa del testo di Cesare De Santis un testo letterario, e al tempo stesso il canto del cigno di una cultura e di un mondo che ascoltano muti il suo lamento, senza potergli andare incontro. Esso non echeggia nelle stanze, non risuona nei cortili, non si diffonde per i campi, ma si deposita, silenzioso, su un fondale di carta, diventando lettera, letteratura. E’ lo stesso De Santis a darci la traduzione delle sue poesie; importantissima testimonianza filologica, per i glottologi, perché l’autore attinge alla lingua viva. Una lingua morente, sì, ma che in punto di morte svela, con la sua stessa viva voce, i propri segreti. L’Autore ci costringe a una traduzione che non è traduzione soltanto, ma rispecchiamento del testo in lingua e che per questo si lega (e ci lega) non solo al testo originario, ma al suo stesso contenuto. Un testo bifronte, dunque, due prospettive diverse da cui guardare verso lo stesso punto. Il linguaggio della traduzione che Cesare De Santis fa delle proprie poesie conserva, perciò, l’anima della lingua. L’analfabetismo poetico, le imperfezioni ortografiche, poiché appartengono alla civiltà dell’autore (e non solo a un’esperienza letteraria) compiono il miracolo di avvicinare la poesia al suo oggetto e la lingua al suo popolo. Così l’uso bizzarro dell’apostrofo (”per’ogni”, “il’latte”, “per’il”, “in’allegria”, “han’di”), abbellisce il testo come un segno ornamentale, come un ricciolo barocco rubato alle dimore dei signori. Il grìko poetico di Cesare De Santis è la lingua di un medioevo (ellenico, latino), che raccoglie gli stessi cicli (temporali, familiari, sociali, agricoli, ecc.), e che quella lingua, che vi è immersa, sa pesare, misurare, facendo corrispondere alla loro portata e profondità secolare la portata e la profondità secolare di quella lingua. Le figure, i tipi, i cicli ancestrali di quel mondo, hanno la forma di quella lingua, dei suoi “grammata”. Il peso di quel mondo (il peso della fatica, il peso dei gesti, il peso della forza, il peso dell’ingiustizia) lo sentiamo in quella lingua, nello spessore consonantico, nell’impasto di lingua e di terra, nella corteccia nodosa, ulivosa, dei suoni. Ma c’è anche una leggerezza, una levità vocalica del grìko, un’abbondanza vocalica che fa breccia nel muro consonantico, aprendo la lingua all’esterno, come porte di una cinta muraria che si aprono all’ospite, come porte dell’amicizia, “porte filìe”. Allora la stessa lingua sa farsi dolce, sa evocare le cantilene materne, la bellezza della natura, la nostalgia per l’umanità di un mondo (”Per la mia maestra donna Lucia”, “Il pettinaio”), i racconti e i giochi (linguistici) all’ombra estiva dei cortili; perché la lingua materna (il grìko) è un gioco in un cortile: “e che cantata sia nel tuo cortile” (”Buona gente di Sternatia”); e le parole, i suoni, sanno dondolare al vento come nenie e sanno svelare il loro essere state nutrimento, in un’epoca di penuria. La poesia di De Santis aspira, così, per sua natura, a una levità bucolica, in cui la pesantezza del mondo contadino diventa ponderatezza, e infine saggezza (”Se vuoi vivere bene”, “La scuola del padre”). Ma l’incanto letterario non va lontano, e basta un giro di frase dialettale per far ricadere nel testo tutto il peso sfinito di quel mondo. Il flauto di canna e lo sterco (”Il Checco Mao”): la realtà (dialettale) riprende allora il sopravvento sulle velleità letterarie e sul sogno arcadico, quasi colpevolmente vagheggiato, di una natura e di una quotidianità idilliache. E si va fino in fondo, in questo disincanto, in fondo, fino a Dio, fino alla preghiera e all’implorazione. La poesia di De Santis ci getta addosso, a volte senza ritegno, immagini di quel mondo che parlava e pensava in grìko. Ci restituisce quel mondo in tutta la sua estrema durezza, inclemenza, e la lingua, semplice, imperfetta, proprio per questo può passare più vicino alle cose, sfiorandole e lasciandosi plasmare, annientare da esse. Ebbene questa lingua, il grìko, è andata in frantumi. Le isole greche del Salento si sono sempre più assottigliate: il nuovo mondo (quello delle automobili che fanno manovra, quasi al limite, nelle strettoie dei centri storici, sfiorando le porte delle case) non poteva essere pensato in grìko. E perché il grìko si è spento lo si vede attraversando i centri storici della Grecìa: esso si è spento perché il mondo a cui disperatamente si legava non esiste più. Perché le sue case sono vuote, le sue porte troppo piccole, le sue stanze anguste e buie, e perché quelle miniature svelano la loro origine servile. Ma il recupero architettonico e il recupero linguistico non possono fare a meno (per evitare di cadere in un altro rituale, quello folkloristico e consumistico, quello dei centri storici trasformati in fondali turistici) delle testimonianze vitali di quel mondo, dei suoi archivi storici, della sua poesia. E’ qui che i versi di De Santis ritrovano la loro attualità e la loro funzione artistica, obbligandoci a pensare l’archeologia delle pietre e della lingua in tutto lo spessore e il peso di quel mondo, riempiendone le case vuote, le strade, i campi silenziosi, delle vite anonime che li hanno attraversati e consumati. Di quella lingua ci rimangono i suoni, e per la maggior parte di noi essa è solo musica, per alcuni di noi è la lingua da cui proveniamo, e di cui, per pochissimi, giungono ancora gli echi nelle stanze o i brusii discreti per esigue, ormai, strade di paese. Ma i significati di quelle parole volano finalmente liberi sui campi, per le strade dei centri della Grecìa, liberi, solo adesso, dalla signoria di quel mondo di fatica e di ingiustizia, di penuria e di umiliazioni, nell’ombra estiva e apollinea del mattino e nell’ombra panica della canicola, nelle notti di luna in cui possiamo immaginare, di quel popolo, che i dintorni da qualche parte ne custodiscano (o ne disperdano) le storie.

Soleto, agosto 2001

Antrepo

Ràpi tu sitarìu pù anammèni e’nn’àrti

fìdho zzerò tu novembrìu pù ò ànemo ì pèrni

dendro xlorò òi zzerò pu ò ragàno ìspànni

zzìlo lettò òi xrondò pu fotia n’ò cazzi

l’ìnno pù anàtti ce ànemo tò svinni

cannò pù mòn’ ànemo pài ce stàtti afìnni!

Tùo ìme ivò! ANTREPO!  

Uomo

Stoppia di grano che dovrà essere arsa…

foglia secca d’autunno che il vento asporta

albero verde o secco che uragano spezza…

legno esile o grosso che il fuoco brucia…

lucerna che arde e il vento spegne…

fumo che va col vento e cenere lascia!…

Questo sono io! UOMO