Percorso artistico
“Avleddha” è un’idea che parte da lontano e segue, in termini contemporanei, quello che per secoli è stata la tradizione musicale salentina; tradizione intesa come continuità.
Di “avleddhe”, i centri storici della Grecìa Salentina ne sono disseminati. Questi piccoli cortili, spazi antistanti a una o più abitazioni, in passato erano i depositari di esperienze condivise, di emozioni vissute, di novità raccolte, che qui avevano il tempo e la giusta dimensione per poter decantare e diventare, così, bagaglio di memoria e cultura.
Avleddha nasce nei primi anni ‘90, quando ormai il villaggio è diventato “Villaggio Globale”. Le premesse sono le stesse di sempre; gli orizzonti si sono enormemente allargati. I fratelli Gianni e Rocco De Santis, già figli del poeta grico Cesare De Santis, sanno che una cultura, per definirsi viva, deve avere la capacità di esprimersi e dialogare con la contemporaneità. Ognuno che sia consapevole e forte delle sue radici, deve contribuire, usando i propri mezzi a disposizione, perché ciò sia possibile. Ed ecco l’endecasillabo, che nella tradizione grica si è sempre espresso in termini altamente poetici, riprendere vita attraverso nuove tematiche, trasportato da melodie le cui radici affondano saldamente nella terra rossa salentina, ma il cui fusto, le cui ramificazioni, vanno a conquistare nuovi spazi armonici, sonorità altre. Un percorso, quello di Avleddha, che comincia con lo storico, quanto “tavernistico”, quartetto di voci con accompagnamento di solo chitarra, formato da Gianni e Rocco De Santis, Mario Spagna e Teodoro Foggetti. Mitiche le serate al Mocambo; suggestivi gli spettacoli all’aperto. Un periodo assolutamente creativo, in cui, l’ispirazione poetica e musicale ha modo di affinarsi, dopo essersi sfogata negli sconfinati spazi che una dimensione tale, priva di schemi e votata al convivio, offre. Purtroppo di quel periodo non rimangono che poche registrazioni su audiocassetta, peraltro non proprio fedelissime.
L’esigenza di conquistare nuovi spazi, sia espressivi, che comunicativi, segna l’ingresso in Avleddha del chitarrista Dario Marti, del bassista Roberto Lezzi, del fisarmonicista Nicola Gennachi e del percussionista Giuseppe Ciancia. Mario Spagna e Teodoro Foggetti avranno così modo di dedicarsi esclusivamente al teatro, altro settore di cui il gruppo si occupa, per il quale i due amici sono più inclini.
Attraverso questo nuovo ensemble, costituito da musicisti di diversa estrazione, Avleddha ha modo di esplorare nuove sonorità e, di conseguenza, determinare un prodotto estremamente interessante proprio in virtù della varietà di esperienze che in esso convergono e si amalgamano.
Dopo un lungo rodaggio, passando attraverso serate nei pub, concerti di piazza e partecipazioni in vari festival locali, nazionali ed internazionali, tra cui, per la singolarità dell’esperienza umana ed artistica maturata in un contesto ricco di significati, ricordiamo il “Babilon Festival” (Iraq 1998), la band registra e pubblica nel 1999 il suo primo Cd dal titolo “Otranto”. Qui Avleddha, attraverso dieci brani (nove in lingua grica e uno in italiano), vuole fortemente affermare la propria appartenenza a una cultura, quella grica, strettamente legata a un territorio e alla sua storia, la Terra d’Otranto.
Avleddha, all’epoca raro esempio di musica salentina contemporanea, fa scuola e diventa uno dei gruppi più rappresentativi della Terra d’Otranto, partecipando, peraltro, a quasi tutte le edizioni del festival “Notte della Taranta” . In Questo contesto nasce la collaborazione col musicista Piero Milesi con “Ijo pucanè”, testo in grico di Gianni De Santis su musica dello stesso Milesi.
Il 2002 è l’anno di “Senza frontiere”, secondo cd di Avleddha. Già dal titolo si evince la volontà di sentirsi parte di un progetto universale. In effetti, l’ingresso nella formazione del batterista Tonino Friolo, determinerà un sound dalla spinta ritmica più decisa, quasi a forzare, simbolicamente, le barriere culturali che relegano il Salento al ruolo di riserva folcloristica del turismo estivo. Inoltre, l’importante collaborazione con la violinista ginevrina Constance Frei, di cui la band si avvale per questo lavoro, sancisce i significati insiti in “Senza frontiere”, donando al cd quel tocco di grande tradizione mitteleuropea, con le due perle: “To lurì” e “Ce meni statti”, e apre a nuovi contatti con l’ambiente musicale svizzero che per il cammino artistico di Avleddha saranno fondamentali.
Le energie profuse nell’allestimento, pubblicazione e promozione di “Senza frontiere”, determinano, nel gruppo, un naturale calo di tensione che, insieme a problemi personali di qualche componente, portano a una inevitabile disgregazione. Tutto ciò coincide con l’esigenza, da parte di ambedue i fratelli De Santis, di intraprendere percorsi alternativi ad Avleddha che comunque rimane un’irrinunciabile spazio votato alla creatività e all’interazione in cui ritrovarsi.
Gianni fonda un nuovo gruppo musicale, “Su’d’Est”, il cui repertorio, integrato da molti brani tradizionali, è più vicino alle esigenze della “piazza”, in un contesto dove la verve istrionica dell’artista trova terreno fertile. Rocco, invece, che predilige gli spazi più circoscritti, intraprende un percorso intimistico accompagnandosi con la sua chitarra, affiancato dal fisarmonicista Rocco Nigro. Nel frattempo incrementa i contatti con l’ambiente musicale ginevrino. Nascono così le premesse per l’incarico che la direzione artistica del “Festival Images” (Vevey – Svizzera) gli affiderà, nel 2004, per la sonorizzazione dal vivo del film muto “Zemlja” (A. Dovženko – Urss 1930). Qui, il musicista, si trova per la prima volta a dialogare con la poetica dell’immagine (il film in questione è un capolavoro universalmente riconosciuto), in più, per la prima volta, lui che è soprattutto un fertilissimo “chansonnier”, si trova a comporre un’intera partitura strumentale. Il lunghissimo applauso, in chiusura della prima del film, decreta il successo di un’esperienza che l’artista grico si ripromette di proseguire nell’ambito di Avleddha. Così, dopo un periodo di esperienze autonome e diversificate, i fratelli De Santis, si rimettono al lavoro per allestire quello che sarà il terzo cd di Avleddha, “Ofidèa” . Se in “Otranto” si voleva fortemente affermare la propria identità grica, e in “Senza frontiere” si era alla ricerca dell’universalità, in fuga dal localismo, in “Ofidèa” si rafforzano le provocazioni innescate nei primi due cd, facendole convergere. Anche qui l’identità grica viene messa in risalto; un’identità peculiare, in quanto bilingue; simbolicamente universale nel far convivere due diverse culture: quella greca e quella latina. In effetti la scaletta del cd prevede, in egual modo, sia testi in grico che testi in dialetto romanzo, ovvero le due componenti che costituiscono il bilinguismo greco-salentino. Anche musicalmente “Ofidèa” vuole essere terra d’incontro. Attraverso la ricercatezza degli arrangiamenti ideati da Rocco De Santis, qui il genere popolare diventa, se vogliamo, popolare “colto”, con la possibilità che un’espressione che nasce in un contesto strettamente legato alla cultura della terra, sia, allo stesso tempo, fruibile anche in ambienti musicalmente più raffinati. Forse una possibilità in più per rompere con la subalternità a cui una cultura minoritaria, come quella grica, è da sempre soggetta nei riguardi della “Magna ufficialità”.
In “Ofidèa”, l’esperienza maturata per la sonorizzazione di “Zemlja”, viene ulteriormente sviluppata all’interno di questo nuovo progetto, e tradotta, in termini acustici, dal nuovo ensemble di Avleddha costituito, oltre che dai fratelli Gianni e Rocco De Santis, dalla cantante Nadia Martina, dal fisarmonicista Rocco Nigro, dal violinista Giuseppe Giannuzzi, dalla bassista Stefania Fracasso, con la collaborazione di un percussionista straordinario, l’altamurano Pino Basile, girovago nelle compagnie musicali di mezza Europa, interprete e reinventore delle più disparate tecniche percussive.
Certamente, il cammino artistico di Avleddha, dal surreale quartetto di voci dei primi anni ‘90, al raffinato “Ofidèa” dei nostri giorni, è un percorso in continua evoluzione, alla ricerca di linguaggi sempre nuovi; che si trovano strada facendo; che si usano all’occorrenza. Che siano lo strumento di oggi, ma che abbiano una fruibilità senza tempo, così come sta nelle premesse dell’Arte. Premesse che, come nel caso di Avleddha, non si può avere la velleità di poter sempre rispettare; e che rispettate o no, nel caso di Avleddha viaggiano trasportate soprattutto dal logos grico, una lingua compresa ormai da pochi, ma che nella sua incomprensibilità ha in sé il senso dell’universalità, laddove l’emozione non ha bisogno di essere capita, ma sentita.
Rinaldo Tos Ajos