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Avleddha si prefigge, tra le altre attività , di portare avanti le antiche tradizioni popolari della cultura grica. Per questo ha rilanciato alcuni riti popolari quasi del tutto dimenticati. I canti della passione fanno parte del repertorio dei portatori della tradizione popolare salentina, tramandati oralmente.
La loro caratteristica principale è l’esclusività del periodo in cui venivano esibiti: dal venerdì delle palme al giovedì successivo. Il solo accennare questi canti al di fuori di questo periodo era considerato quasi un sacrilegi.Â
I cantori, in genere facenti parte delle classi meno abbienti della società , si riunivano in gruppi formati da tre persone, munite di organetto e palma d’ulivo addobbata con nastrini gialli e rossi e figurine di santi. Giravano per le strade dei borghi antichi e nelle masserie, procacciandosi queste in generi alimentari quali uova e formaggio; più raramente in danaro. Ogni paese vanta il ricordo dei propri cantori: magnifici interpreti, maestri nella mimica e nella drammatizzazione dei canti. Nella trance del dolore, del sincero pentimento, della sofferenza, dovuta anche alla squallida condizione sociale personale; avveniva l’incontro con il Cristo.
“I passiuna tu Christù” (la passione di Cristo), racchiude in alcune frasi tutti i crismi del simbolismo cristiano ma anche le debolezze dell’essere uomini. “…ce cùsti o gaddo na cantalìsi…”. “… E si udì il gallo cantare”, per esempio, relativo al tradimento di San Pietro, rappresenta la caducità della fede, insita nell’uomo di fronte all’ineluttabilità del destino: la negazione del Cristo, che precede il pentimento che conduce al trionfo del perdono. La passione integrata con l’antico testo de “Le ventiquattro ore” del venerdì Santo, ricorda la realtà del bilinguismo esistente nella Grecìa Salentina.
Le coremme ’zinzuluse
(come le Moire, filano, avvolgono e tagliano il filo della vita).
Quasi del tutto dimenticate, sono state reintrodotte dall’appassionata operazione di recupero del gruppo Avleddha.
Esse sintetizzano, nella Quaresima cristiana, la parabola umana che dalla nascita alla morte è fatta di miserie e povertà più che di gioia e ricchezze.Â
Legato al mito delle “Mire” (Moire) Cloto, Lachesi e Atropo, il pupazzo che raffigura la coremma ’zinzulusa è tutto una simbologia. Il vestito nero, colore del lutto, della morte, dell’aldilà ; lacero perché povero e per l’astinenza che bisogna osservare nel periodo Quaresimale. I capelli sono scarmigliati, simbolo di trascuratezza del proprio aspetto nel dolore e nel lutto. Il filo di lana che la coremma fila rappresenta la nascita della vita che viene gestita da un essere superiore al di sopra dell’uomo.
I sette taralli contenuti nel mantile sono le sette domeniche che ci separano dalla Pasqua.
Il fantoccio veniva esposto su una terrazza del centro storico, perché ognuno la vedesse e facesse ammenda dei propri peccati rinsavendo, preparandosi a vivere una pasqua veramente cristiana. |